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La marcia di Radetzky
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Roth, Joseph <1894-1939>

La marcia di Radetzky

Milano : Adelphi, 1987

Abstract: La famiglia Trotta, di stirpe slovena e contadina, acquista lustro nella battaglia di Solferino, quando Joseph Trotta salva la vita dell'imperatore Francesco Giuseppe e ne riceve in cambio il titolo nobiliare. L'eroe di Solferino è ricordato in tutti i libri di testo e trasmette agli eredi il compito di salvaguardare tale eroismo. La vita della famiglia scorre parallela a quella del longevo imperatore: Carl Joseph, l'irresoluto e debole nipote muore in uno dei primi scontri della guerra 1915-18; il padre il sottotenente Von Trotta, dopo aver atteso nel parco di Schonbrunn l'annuncio della morte dell'imperatore, si lascia a sua volta morire nell'autunno piovoso che segna anche la fine di un'epoca.

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«Allora, prima della grande guerra, all’epoca in cui avvennero i fatti di cui si riferisce in questi fogli, non era ancora indifferente se un uomo viveva o moriva. Se uno era cancellato dalla schiera dei terrestri non veniva subito un altro al suo posto per far dimenticare il morto ma, dove quello mancava, restava un vuoto, e i vicini come i lontani testimoni del declino di un mondo ammutolivano ogni qual volta vedevano questo vuoto. Se il fuoco portava via una casa dall’isolato di una strada, il vuoto lasciato dall’incendio rimaneva ancora a lungo. Poiché i muratori lavoravano lenti e attenti, e i vicini più prossimi, come i passanti casuali, quando davano uno sguardo allo spiazzo vuoto si rammentavano della forma e delle mura della casa scomparsa. Così era allora! Tutto ciò che cresceva aveva bisogno di tanto tempo per crescere; e tutto ciò che finiva aveva bisogno di lungo tempo per essere dimenticato. Ma tutto ciò che un giorno era esistito aveva lasciato le sue tracce, e in quell'epoca si viveva di ricordi come oggigiorno si vive della capacità di dimenticare alla svelta e senza esitazione.»

(Capitolo ottavo)

Utente 3434
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«L'Imperatore era un vecchio. Era il più vecchio imperatore del mondo. Intorno a lui girava la morte, girava e mieteva, girava e mieteva. [...] La gente pensava che Francesco Giuseppe ne sapesse meno di loro perché era tanto più vecchio. Invece ne sapeva forse più di molti. Vedeva tramontare il sole sul suo Impero ma non diceva nulla. Sapeva che sarebbe morto prima di quel tramonto. Talvolta fingeva ignoranza e ci godeva quando qualcuno gli dava chiarimenti dettagliati su cose che lui conosceva a menadito. [...] Egli dissimulava la sua intelligenza nella semplicità: poiché non si addice a un imperatore essere intelligente come i suoi consiglieri. Egli ha più caro apparire semplice che intelligente. Quando andava a caccia, sapeva benissimo che gli mettevano la selvaggina davanti allo schioppo e, sebbene lui potesse abbattere anche altri animali, nondimeno sparava solo a quelli che gli avevano spinto davanti alla canna. Poiché non si addice a un vecchio imperatore mostrare che ha scoperto un piccolo stratagemma e che sa sparare meglio di un guardaboschi. Quando gli raccontavano una fandonia, faceva finta di crederci. Poiché non si addice a un imperatore cogliere in flagrante qualcuno che racconta una cosa per un'altra. Quando ridevano alle sue spalle, fingeva di non accorgersene. Poiché non si addice a un imperatore accorgersi che si ride di lui; e questo riso è anche stolto sintanto che lui non vuole accorgersene. [...] Ora lo ritenevano un uomo di cuore, e lui era indifferente. E ora dicevano che fosse freddo – mentre il suo cuore soffriva. Aveva vissuto abbastanza per sapere che è stolto dire la verità. Concedeva alla gente l'errore, e alla stabilità del suo mondo credeva meno di tanti spiritosi che nel vasto Impero raccontavano aneddoti su di lui. Ma non si addice a un imperatore competere con gli spiritosi e con gli uomini di mondo. Così l'Imperatore taceva.»

(Capitolo quindicesimo)

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