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La pietra lunare
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Landolfi, Tommaso <1908-1979>

La pietra lunare

Milano : Adelphi, 1995

Abstract: Il libro si apre su una scena della vita di provincia, grottesca e quasi allucinata, finché dal fondo dell'oscurità il protagonista si sente guardato da due occhi neri, dilatati e selvaggi, che lo gettano nello stupore e nel terrore. Una ragazza ad ogni modo osserva subito dopo. Così ci appare Gurù, la fanciulla-capra, che presto condurrà il giovane Giovancarlo e il lettore fra i lunari orrori di creature diafane, fantomatiche, e fin nelle viscere della terra, nel regno arcano delle Madri. Con La pietra lunare, suo primo romanzo (1939), Landolfi presentava già tutti i registri fondamentali di un'opera che rimane, come scrisse Zanzotto, uno dei punti di riferimento più radiosi del nostro Novecento letterario.

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«[…] E in effetti, sul suo conto si citavano parecchi fatti inquietanti. In primo luogo abitava lassù, dove rimaneva quasi sempre sola, come se non fosse fatto suo. Secondariamente leggeva libri. Eppoi prendeva spesso la via dell’aperta campagna, la via verso i monti, anche di notte, senza che per questo uno ch’è uno dei giovanotti del paese potesse vantarsi d’esserle benaccetto. Da ultimo cantava a tutte le ore, e qualche volta anche dopo l’avemaria, certe nenie strane e rivoltanti che nessun’altra conosceva e non si sa dove le avesse imparate. Hm hm, seguitavano a dire le vecchie senza spiegarsi e le giovani maritate finirono col concluderne che qualcosa di misterioso doveva esserci sotto; insomma per dirla tonda, la fanciulla era caduta in sospetto di stregoneria. […] Le poche che non vollero entrare in quest’ordine d’idee sostenevano invece che fosse straordinariamente superba, che sdegnasse tutti i giovani della sua condizione e sognasse chissà che. Sicuro, un fior di ragazza come lei, che avrebbe fatto girar la testa a chiunque, andarsene sempre così cogli occhi bassi?
Senza dubbio a chi s’attardasse verso sera sul largo Carbonaro faceva un certo senso quel suo canto […] simile alle spade degli antichi cavalieri, trapassava come senza ferire e dalla sorda piaga si levava poi segretamente, s’espandeva lievitava scoppiava il dolore; o una macabra gioia, gonfia e torta, quasi fiorita di verruche, spaventosa a colui medesimo che n’era vittima. Terrore e desiderio malinconia e allegrezza s’avvicendavano, stringendolo, nell’animo del ritardatario […] Suonavano i rintocchi dell’avemaria, il ritardatario si riscoteva e si chiedeva con rabbioso sgomento: ma che diamine faccio qui incantato? Quella dev’essere una strega di certo! - e s’affrettava a rincasare.»

(cap. II)

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