Vedi tutti

Gli ultimi messaggi del Forum

I riti di caccia dei popoli siberiani - Éveline Lot-Falck

«Al pari dell'uomo, l'animale possiede una o più anime e un linguaggio. Di più: spesso comprende il linguaggio umano, mentre il contrario è vero solo per gli sciamani. L'orso potrebbe parlare, ma preferisce astenersene, e gli Jacuti vi vedono una prova della sua superiorità sull'uomo. L'orso ascolta, tace, e in tal modo non concede appigli su di sé.»

(II - Uomini e animali)

Lezioni americane - Italo Calvino

«Alle volte mi sembra che un'epidemia pestilenziale abbia colpito l'umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l'uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l'espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.
Non m'interessa qui chiedermi se le origini di quest'epidemia siano da ricercare nella politica, nell'ideologia, nell'uniformità burocratica, nell'omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l'espandersi della peste del linguaggio.
Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d'immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d'imporsi all'attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d'immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d'estraneità e di disagio.
Ma forse l'inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine. Il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita, e a cui cerco d'opporre l'unica difesa che riesco a concepire: un'idea della letteratura.»

(3 - Esattezza)

Moolaadé - un film di Ousmane Sembene

La figura di Collé è un esempio di coraggio che non passa mai di moda. La fame di giustizia di questa donna non si ferma davanti a nulla, nessun prezzo è troppo alto da pagare per proteggere il diritto di essere donna fino in fondo.
Così come per la figlia Amsatou sette anni prima, nessuno imporrà alle quattro bambine venute a chiedere la sua protezione di subire il rito della purificazione. Nessuno oserà rompere il moolaadé che Collé ha invocato.
E se da una parte tanti uomini si dimostrano colpevolmente ciechi, troppo legati a delle tradizioni che mettono a rischio la vita stessa delle figure che la vita nel villaggio la generano, Mercenario e Ibrahima Doukouré, gli unici che hanno conosciuto la moderna Europa, dimostrano che il vero uomo è colui che sa ascoltare, che sa fermarsi e cambiare, che sa rispettare e non chi fa della forza o dell'autorià l'unico strumento.
Film autentico, impegnativo. Adoro la scelta di mantenere la lingua originale con il solo supporto dei sottotitoli in italiano.
Consigliato per chi vuole avvicinarsi al grande mondo nascosto dell'Africa sub-sahariana e per chi ha semplicemente voglia di imparare e di conoscere, il bene e il male.

R: La marcia di Radetzky - Joseph Roth

«L'Imperatore era un vecchio. Era il più vecchio imperatore del mondo. Intorno a lui girava la morte, girava e mieteva, girava e mieteva. [...] La gente pensava che Francesco Giuseppe ne sapesse meno di loro perché era tanto più vecchio. Invece ne sapeva forse più di molti. Vedeva tramontare il sole sul suo Impero ma non diceva nulla. Sapeva che sarebbe morto prima di quel tramonto. Talvolta fingeva ignoranza e ci godeva quando qualcuno gli dava chiarimenti dettagliati su cose che lui conosceva a menadito. [...] Egli dissimulava la sua intelligenza nella semplicità: poiché non si addice a un imperatore essere intelligente come i suoi consiglieri. Egli ha più caro apparire semplice che intelligente. Quando andava a caccia, sapeva benissimo che gli mettevano la selvaggina davanti allo schioppo e, sebbene lui potesse abbattere anche altri animali, nondimeno sparava solo a quelli che gli avevano spinto davanti alla canna. Poiché non si addice a un vecchio imperatore mostrare che ha scoperto un piccolo stratagemma e che sa sparare meglio di un guardaboschi. Quando gli raccontavano una fandonia, faceva finta di crederci. Poiché non si addice a un imperatore cogliere in flagrante qualcuno che racconta una cosa per un'altra. Quando ridevano alle sue spalle, fingeva di non accorgersene. Poiché non si addice a un imperatore accorgersi che si ride di lui; e questo riso è anche stolto sintanto che lui non vuole accorgersene. [...] Ora lo ritenevano un uomo di cuore, e lui era indifferente. E ora dicevano che fosse freddo – mentre il suo cuore soffriva. Aveva vissuto abbastanza per sapere che è stolto dire la verità. Concedeva alla gente l'errore, e alla stabilità del suo mondo credeva meno di tanti spiritosi che nel vasto Impero raccontavano aneddoti su di lui. Ma non si addice a un imperatore competere con gli spiritosi e con gli uomini di mondo. Così l'Imperatore taceva.»

(Capitolo quindicesimo)

Diario di un dolore - C. S. Lewis

Nessuno mi aveva mai detto che il dolore assomiglia tanto alla paura. Non che io abbia paura: la somiglianza è fisica. Gli stessi sobbalzi dello stomaco, la stessa irrequietezza, gli sbadigli. Inghiotto in continuazione.

La marcia di Radetzky - Joseph Roth

«Allora, prima della grande guerra, all’epoca in cui avvennero i fatti di cui si riferisce in questi fogli, non era ancora indifferente se un uomo viveva o moriva. Se uno era cancellato dalla schiera dei terrestri non veniva subito un altro al suo posto per far dimenticare il morto ma, dove quello mancava, restava un vuoto, e i vicini come i lontani testimoni del declino di un mondo ammutolivano ogni qual volta vedevano questo vuoto. Se il fuoco portava via una casa dall’isolato di una strada, il vuoto lasciato dall’incendio rimaneva ancora a lungo. Poiché i muratori lavoravano lenti e attenti, e i vicini più prossimi, come i passanti casuali, quando davano uno sguardo allo spiazzo vuoto si rammentavano della forma e delle mura della casa scomparsa. Così era allora! Tutto ciò che cresceva aveva bisogno di tanto tempo per crescere; e tutto ciò che finiva aveva bisogno di lungo tempo per essere dimenticato. Ma tutto ciò che un giorno era esistito aveva lasciato le sue tracce, e in quell'epoca si viveva di ricordi come oggigiorno si vive della capacità di dimenticare alla svelta e senza esitazione.»

(Capitolo ottavo)