Per il Giorno della memoria

Katja Petrowskaja, "Forse Esther"

Come molti autori di ascendenza ebraica impegnati negli ultimi anni in un recupero delle proprie radici (da Monika Maron a Maxim Leo), anche Petrowskaja scrive in prima persona, corredando il testo, Winfried Sebald insegna, con diverse fotografie. Ma se la coincidenza tra autore e io narrante tende per sua natura a certificare la veridicità del racconto, va subito detto che la scrittura di Petrowskaja rivela una fame di nuovo. Punteggiata da frammenti sia inglesi che russi, e contraddistinta da un carattere ansante e analogico, non ha un andamento documentario ma procede piuttosto per irrequieti volteggi e picchiate introspettive che, pur basandosi su fonti storiche, talora mediate da internet, non ignorano l’invenzione, perché “chi non mente non è capace di volare”. E vola lontano, Petrowskaja, lungo una rotta europea che passa da Kiev e Vienna, Varsavia e Mosca, fino alla Siberia dei gulag staliniani, per ricomporre la dispersa genealogia dei suoi affetti familiari.
[...]
Centrale in Forse Esther è però il rapporto con l’ebraismo di una scrittrice cresciuta in un ambiente familiare assimilato. Composto da Storie (mirabilmente tradotte da Ada Vigliani), il libro ripercorre una “felice” infanzia sovietica ignara di qualsiasi appartenenza religiosa, in una Kiev dedita al culto di Lenin, narrato con godibili risvolti comici, insediato come nonno sultano nelle teste bambine, in marcia “per due al comando Avanti Marx!”. Solo più tardi, grazie a un disco polacco di canti yiddish, si apre per Petrowskaja “la finestra sigillata dell’infanzia”.
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IN CATALOGO: Katja Petrowskaja, Forse Esther, Milano: Adelphi, 2014.

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